Archivio per marzo 2014

PREVISIONE E PREVENZIONE DELLE CATASTROFI NATURALI

14 marzo 2014

Il territorio italiano è stato spesso soggetto a disastri naturali. I terremoti dell’Aquila e dell’Emilia, le alluvioni di Sarno, Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria e Lombardia e della Provincia di Messina,  il quotidiano rischio di un’eruzione del Vesuvio, sono solo alcuni esempi della dinamicità del nostro territorio e delle catastrofi che avvengono nel nostro paese anche attualmente, come sentiamo spesso nei telegiornali.

Studiando la morfologia del nostro territorio e tenendo controllati gli eventi, è possibile prevedere tali fenomeni?

I TERREMOTI        

In Italia, il terremoto dell’Aquila, è stato il più devastante del XXI secolo. Le prime scosse di lieve entità (magnitudo 1,8) sono state percepite il 14 dicembre 2008, e in seguito il 16 gennaio 2009. La maggior violenza del fenomeno si è verificata alle 3:32 della notte tra il 5 ed il 6 aprile 2009 con magnitudo 6,3 nella scala Richter. Il patrimonio artistico della città è stato gravemente rovinato, molti edifici distrutti; sono crollate le sedi della Prefettura, della Questura e di numerose Università. Ma la perdita reale è stata quella di vite umane.

Palazzo del Governo dell'Aquila crolla in conseguenza del terremoto del 2009.

Palazzo del Governo dell’Aquila: crollo in conseguenza del terremoto del 2009.

Nel 2012 vi è stato un altro potente terremoto con epicentro in Emilia Romagna. Il culmine del fenomeno si è registrato alle 4:03 della notte del 20 maggio (magnitudo 5,9). Lievi scosse erano già state percepite nelle ore precedenti, precisamente all’ 1.13 e all’ 1.42, anche in un’area molto vasta comprendente tutta l’Italia Centro-Settentrionale e parte della Svizzera 

Tra gli studiosi c’è chi sostiene che i terremoti si possano prevedere, ma la comunità scientifica è quasi totalmente schierata sull’idea che l’unico modo di “prevedere” i terremoti sia la storia e quindi la probabilità che essi possano avvenire  nei luoghi in cui nel passato si sono già verificati.

In Italia, tra il ’98 e il ’99, sono stati effettuati degli studi sulle correlazioni tra il gas radon (emesso dal sottosuolo) e la sismicità del territorio, i quali però non hanno ancora consentito la previsione dei terremoti. Dopo il 6 aprile 2009, l’ex tecnico dell’Istituto di Fisica del Gran Sasso Giampaolo Giuliani ha rilasciato delle dichiarazioni sostenendo che si sviluppassero meglio queste ricerche si potrebbero prevedere i sismi.

L’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) ha fornito nel 2004 una mappa probabilistica sulle previsioni dei terremoti dei prossimi 50 anni, e nel 2005 una pagina web su previsioni a lungo termine di sismi con magnitudo superiore a 5,5.

Tali osservazioni vengono realizzate studiando la storia e la morfologia del territorio. Anche secondo gli scienziati dell’ INGV  questo è l’unico metodo valido per la previsione.

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L’INGV possiede 300 stazioni sismiche  e, alla piccola scossa, in pochi minuti riuscirebbe ad avvertire la Protezione Civile.  Quest’ultima ritiene che non sia possibile prevedere i sismi, ma che si debba prevenire il rischio e ridurre gli effetti, attuando le seguenti politiche:

1)   migliorare la conoscenza del fenomeno sul territorio attraverso il monitoraggio;

2)   ridurre la vulnerabilità degli edifici, soprattutto di quelli storici;

3)   aggiornare la classificazione sismica e la normativa;

4)   pianificare la situazione di emergenza  e gli scenari di danno;

5)   sensibilizzare ed informare la popolazione riguardo al costante rischio.

Il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) sostiene che sia necessario rendere il territorio italiano meno vulnerabile alle scosse sismiche. Molti dei loro scienziati hanno scritto dei volumi che parlano dell’importanza della ricerca in questo settore.

I VULCANI

Nel nostro stato esistono almeno 10 vulcani attivi, ovvero che hanno dato manifestazioni negli ultimi 10’000 anni.

Per l’area di Napoli, il Vesuvio rappresenta una minaccia, poiché potrebbe eruttare  in ogni momento. Il raggio d’azione colpirebbe milioni di abitanti nelle zone di Torre del Greco e Torre Annunziata.

Le lettere di Plinio il Giovane a Tacito, in cui viene narrata la famosa eruzione Vesuviana del 79 d.C. che distrusse Pompei ed Ercolano, rappresentano di fatto la nascita della vulcanologia.

L’ultima eruzione di questo vulcano avvenne durante la Seconda Guerra Mondiale. Il fenomeno incominciò il 12 agosto del 1943: la fuoriuscita della lava dalla bocca causò spaccature del conetto e si verificarono numerose esplosioni.

La vera e propria eruzione fu il 18 marzo: le colate distrussero gli abitati di Massa di Somma e San Sebastiano. L’attività del vulcano terminò il 29 marzo, ma vi è tuttora rischio di eruzione.

Eruzione del Vesuvio del 1944.

Eruzione del Vesuvio del 1944.

Troppe persone vivono nelle vicinanze del Vesuvio e sulle sue pendici, ed è per questo necessario prevenire le prossime possibili attività vulcaniche.

Anche riguardo le eruzioni vulcaniche non esiste la certezza del poterle prevedere: ci sono molti sistemi di monitoraggio ma la storia racconta che non sempre i vulcani esibiscono cenni di eruzione.

Ciò che accadde in Colombia il 14 gennaio 1993 ne è un esempio, quando il Galeras ebbe un’improvvisa esplosione, con ricaduta di lapilli e massi incandescenti e colse di sorpresa gli scienziati che si trovavano fin dentro il cratere e che negli istanti precedenti l’inizio dell’eruzione stavano monitorando il vulcano con strumenti sismici e analizzando la chimica dei gas  senza ricevere alcun segnale di un’eruzione imminente. Inutile dire che alcuni di questi scienziati perirono e altri si salvarono dopo diverse operazioni.

La vulcanologia non è una scienza esatta, ma se perfezionata con indagini sul campo, può salvare centinaia di migliaia di vite.

In questo campo, l’INGV svolge ricerche sulla struttura profonda dei vulcani e sulla genesi dei magmi, sulla ricostruzione della loro storia eruttiva e sullo studio delle dinamiche di risalita ed eruzione. Le attività di sorveglianza permettono di rilevare le piccole perturbazioni e le variazioni nell’attività eruttiva, con l’obiettivo di prevedere gli eventi. Le ricerche e la sorveglianza fanno riferimento a progetti e convenzioni con il Dipartimento di Protezione Civile.

Il piano nazionale della Protezione Civile per difendere gli abitanti dell’area vesuviana è elaborato dalla comunità scientifica. Individua tre aree a diversa pericolosità definite zona rossa, gialla e blu. Il piano è stato elaborato sulla possibilità di avere un’eruzione preceduta da una serie di fenomeni precursori (che purtroppo potrebbero anche non esserci), che verranno identificati dal monitoraggio  e dai controlli, presenti 24 ore su 24. L’intera zona rossa verrà evacuata, trasferendo in aree sicure la popolazione. La zona gialla rappresenta l’area con potenziale caduta di  cenere e lapilli ma sono troppe le variabili per individuare con l’esattezza tale zona se non durante l’eruzione e solo allora si allontanerà la popolazione interessata.  Anche la popolazione della zona blu sarà allontanata ad eruzione in corso. Eventuali progressi scientifici potrebbero poi modificare tale piano e spesso esso è soggetto ad aggiornamenti  in base al cambiamento dell’assetto urbanistico e alla variazione della popolazione in termini di densità. L’area delle falde del Vesuvio conta oggi più di 550mila persone.

Mappa della Protezione Civile per l'evacuazione della zona di Napoli in caso di eruzione del Vesuvio.

Mappa della Protezione Civile per l’evacuazione della zona di Napoli in caso di eruzione del Vesuvio.

LE ALLUVIONI

Nel nostro stato, anche le alluvioni sono molto frequenti.

La più disastrosa degli ultimi 15 anni coinvolse Valle d’Aosta, Lombardia, Piemonte e Liguria. Il Po e 18 dei suoi affluenti strariparono allagando il nord Italia, a causa dei 500 millimetri di pioggia caduti in poche ore. Si assistette a un lago di fango. Le strade furono interrotte, i ponti crollarono, i paesi vennero isolati e si persero i raccolti.

Alluvione del Piemonte del 2000.

Alluvione del Piemonte del 2000.

Un’altra terribile alluvione ha colpito la Provincia di Messina nell’ottobre del 2009: il nubifragio ha provocato lo straripamento dei corsi d’acqua ed eventi franosi; è seguito lo scivolamento a valle di colate di fango e detriti.

Secondo Arpa Lombardia (A.R.P.A. Agenzia Regionale per la Protezione dell’ Ambiente) è di fondamentale importanza una puntuale valutazione e un’adeguata gestione dei rischi soprattutto nelle aree alpine dove la relazione tra piogge intense e bacini a forte pendenza può provocare piene considerevoli.

Regione Lombardia individua diversi punti necessari per la prevenzione e la difesa da questi fenomeni come ad esempio lo studio puntuale di bacini e sottobacini, la rivalutazione sempre più dettagliata di mappe che  evidenzino le aree allagabili e di conseguenza gli elementi esposti a rischio (soprattutto la popolazione ma anche tutte le infrastrutture e strutture).

La Protezione Civile e Legambiente promuovono ogni anno una Campagna Nazionale Itinerante per la sensibilizzazione della popolazione riguardo al problema delle costanti alluvioni che avvengono in Italia, per la prevenzione dei fenomeni idrogeologici e perché le amministrazioni pongano concretamente tra le loro priorità la mitigazione del rischio di alluvioni e frane che incombe sul territorio.

Giovedi 27 marzo, con la preziosa collaborazione del Prof. Giovanni Grieco del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Milano, vogliamo discutere sulle cause dei disastri naturali, la valutazione del rischio ad esso connesso e le possibili strategie di intervento, e trovare le risposte che affollano le menti di chi osserva ciò che accade sul nostro territorio: è’ possibile fare qualcosa? cosa si può fare? come intervenire sul territorio?.

Irene Cotronea e Alvaro J. Millàn, studenti di 3^Bl dell’Istituto Turoldo (Zogno), in alternanza scuola-lavoro presso il Parco Astronomico “La Torre del Sole”.


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